Questo ultimo romanzo di Erri De Luca, il ritorno al romanzo, ha il fascino seducente del racconto.
Già enunciato nella premessa, l’ascolto nella stesura di questo scritto rimane tale fino alla conclusione, e la sensazione che si percepisce è quella di una narrazione fatta a voce in prima persona, che mette in relazione diretta e reale il lettore con l’autore e il suo mondo.
Un mondo onesto quello di De Luca, dove gli umili e le persone semplici, con tutti i loro problemi legati al vivere, assumono la dignità di personaggi fondamentali, rappresentano ciascuno i fili che compongono il tessuto di cui si riveste il destino comune, il telaio di questo moto di grazia che è l’esistere.
La terra con il suo stato di aggregazione in roccia, nell’estensione longitudinale, come limite o confine, determina lo spazio, circoscrive territori anche di espansione sacrale, e all’opposto sviluppandosi in verticale diventa montagna, altezza, vertigine. Anche se spinge verso il cielo emerge comunque dal ritirarsi dell’altro elemento chiave dell’ambiente in cui la vicenda si svolge: il mare.
Quindi suolo e acqua, coordinate bibliche che definiamo natura nella quale il narratore inserisce la sua storia che ha a che fare con lo scolpire, con un uomo crocifisso in roccia alabastrina e con la sua “natura” in fase pre-agonica nascosta da un panneggio pelvico ipocrita e censorio.
Scoprire, in molti casi legati all’uomo e alla sua storia, vuol dire anche ricostruire e nell’universo del vero, che non è quello del verosimile legato alla forza e non al diritto, l’esito viene accettato con un amaro sorriso di condivisione di quello che resterà comunque un mistero di un idealista partorito da donna, fatto diventare per destino di un popolo figlio dell’Uomo e finito appeso a una croce come tanti figli di Dio di cui condivideva i pregi ma non i difetti. Raccontano anche che oltre a essere un profeta avesse anche doti di guaritore e potere sulla morte, almeno nel distretto medio-orientale, niente di strano in una persona che si schiera dalla parte degli ultimi della terra e dei perseguitati, gli unici che riportano i fatti secondo verità testimoniata dal dolore e non di comodo come è quella degli egoisti, dei potenti e dei persecutori.
Nel personaggio che racconta c’è tutta la complessità umana, preziosa e mai ricca, sofferente per un ideale politico che non viene ostentatamente divulgato per interessato proselitismo letterario di De Luca uomo del sud e di mare, che ha abbracciato, direi più esattamente scalato, non per necessità ma per un ritorno all’origine le pareti di un nord non solo geografico ma anche poetico.
Il suo linguaggio ha l’accuratezza di una traduzione e la parola, a seconda delle circostanze dialettiche in atto, assume significati specifici e assonanze diverse. Ricorda qualcosa, qualcosa dell’antico Libro dei Libri;  in De Luca non è un caso.
Ma ancora più della parola c’è in questo romanzo la circoncisione, quell’atto di escissione cruenta, rituale che nasce da un patto di fede, uno dei pochi accordi diretti di appartenenza a un Dio di poca pace e di molta guerra, un Dio geloso e poco incline al perdono, un Dio che dona la terra e come interesse pretende la vita, e il cui carattere dispotico viene decantato attraverso l’unico figlio, assoluto interprete delle sue migliori intenzioni.
Questo lavoro ha la lucentezza di un marmo levigato. Nelle sue sottili venature scorrono sensazioni legate a sentimenti smarriti, perduti a causa di una concezione frenetica, a una accelerazione elaborativa che poco ha di umano. Il significato ultimo è che la condizione originaria e l’equilibrio archetipico che ci contraddistingue li potremmo recuperare solo con un lavoro di sgorbia o scalpello sulle nostre vere motivazioni, quelle che ci spingono a vivere giorno per giorno, credendo in qualcosa che con sia solo personale e strettamente necessario ma che invece attraverso il superamento dei limiti naturali riconosciuti ma non temuti possa farci legittimare solo come esseri umani diversi, ma in fondo del tutto simili.

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