Mirko Zilahy ha conseguito un Phd presso il Trinity College di Dublino, dove ha insegnato lingua e letteratura italiana. È giornalista pubblicista ed è stato editor per minimum fax, nonché traduttore letterario dall’inglese (ha tradotto, tra gli altri, il premio Pulitzer 2014 Il cardellino di Donna Tartt), È così che si uccide, Longanesi, è il suo primo romanzo. (dalla III di copertina)
Se un termine scritto, l’alternarsi di segni nelle pagine di un libro o di un diario, per chissà quale acquisito e successivamente sviluppato procedimento fisiologico, si trasforma in parola, in qualcosa udibile e interpretabile, è anche vero che quel fonema articolato, muto in lettura, suscitando visioni interne strettamente personali e attingendo a piene mani da quel trasparente contenitore di pathos che chiamiamo sensibilità, si converte in forma, visione cerebrale, realtà virtuale del nostro conscio.
Quando suono e immagine, quindi udito e capacità visiva, coesistono, la realtà pensata è spinta verso uno spessore o una profondità che conferisce l’ulteriore dimensione all’emozione suscitata e per incanto o per naturale completezza percettiva vengono alla luce i restanti sensi, impropri al vocabolo scritto ma connaturati all’umano: odore, palato e tatto.
Ecco quindi la magia della scrittura, la parola diventa formula per valicare la soglia liminare della materia oggettiva e spingersi verso ambienti di diversa tangibilità.
Conseguentemente mettere nero su bianco diventa atto magico e l’autore, che ne è l’artefice, è divinatore in questo arcano.
Verrebbe naturale a questo punto dire: “È così che si scrive”, ma non è sufficiente, perché per quanto necessario sia avere questo dono da illusionista, nel genere che non inventa una realtà ma la interpreta coniugandola al presente, la modella senza deformarla seguendo il filo logico della concretezza e costruisce sull’accaduto una casualità di forma, fissandone la sostanza immutabile e le sue ombre, è indispensabile avere, o meglio recuperare, l’ultimo senso, quello che l’uomo non più solo ma ormai relegato a società per azioni, ha irrimediabilmente compromesso attribuendosi la qualità di raccoglitore, attualmente di accumulatore seriale, e perdendo “il sesto” che lo elevava al rango di cacciatore, e che nella natura irrimediabilmente persa era l’istinto del predatore.
L’istinto di chi scrive ma anche l’istinto descritto con precisione, contraddizione in termini inscindibile nella pura manifestazione artistica, espressione di un io alieno alla propaganda del presente, dove il significato non è sottinteso o indicato dall’opera ma a questa viene attribuito, scoperto o riconosciuto da parte di chi fruisce dell’opera stessa. In termini poveri, che nella odierna letteratura sono i meno abusati, si crea un rapporto tra esseri umani viventi e vissuti, è l’uomo che scopre e riconosce se stesso, misterium tremendum, attraverso una intuizione contraddittoria.
Questo romanzo di principio di Mirko Zilahy, affaccio personale alla letteratura, già dalle prime pagine genera inquietudine, oscura, profonda, contenuta e nascosta alla luce del giorno da una parete mobile agli atti del respiro come si trattasse di un viscere, e viene abilmente costruito su binomi di crescente e progressiva contrapposizione etica e morale di effetto suggestivo perché oggettivi e a noi contemporanei.
Ragione e intuito: sono uno dei segreti delle stanze logiche e dei luoghi aperti cartesiani del libro, dove la fantasia non esiste e la speranza è l’estremo tentativo morfinosimile per resistere al dolore esistenziale.
Le combinazioni di accesso sono plurime, molteplici le letture dei fatti e le interpretazioni dei gesti, perché diverse per tratti genetici e conformazioni di pregressi vissuti sono le persone; difficile per connotazioni riconoscerle personaggi e tantomeno interpreti, questo presupporrebbe un copione, un teatro, un regista e degli spettatori, insomma una collocazione chiusa, delle sedie vuote a priori: i partecipanti all’evento, invece, sono tutti fuori, respirano, mangiano, bevono, hanno stimoli, manifestano pulsioni, soffrono e fanno patire, si ammalano o uccidono.
Esistenza e decesso: come non esiste una vita senza dolore, così non c’è, in questo contesto, una morte naturale anche se la morte stessa ha una sua fisiologica realtà. Come l’uomo ha corrotto, degenerato e imputridito l’ambiente che è il biologico e l’inorganico in cui gli sono stati concessi quegli inspiegabili fenomeni a parabola come nascita, crescita, invecchiamento ed exitus, legati a una percezione ormai liquida che chiamiamo tempo, così l’evento esiziale, quando non riconosce direttamente coinvolto l’uomo, ne porta, tutto sommato, il peso della sua diretta responsabilità, e impone delle percentuali di morte nelle statistiche calibrate e lubrificate del potere che le gestisce e che riconosce una validità attuale a percorsi diagnostico-terapeutici, basati su elementi stessi che sono all’origine e causa dello sconvolgimento atomico e molecolare della nostra essenza.
Gli antichi credevano che quello che non uccide rafforzi e quindi selezioni, oggi sappiamo che quello che non uccide a breve distrugga quindi annienti. La possibilità del provocatorio dono di una vita a termine è l’eredità dei nostri padri dell’era industriale, quello che noi ormai saturi di tecnologie chiamiamo con una smorfia danno stocastico; la realtà è dunque questa, adesso e qui “È così che si cura”.
Verità e inganno: c’è un momento che sembra fermare tutto, è il potere della menzogna. Lucida asserzione ideologica da parte delle autorità, da parte dei poteri di controllo delle istituzioni cosiddette democratiche che scimmiottano per la loro esistenza sistemi di sicurezza derivati da pregressi biechi totalitarismi. Follia masochista come estremo atto di dolore da parte di chi assassino è stato per avallo politico trasformato in boia, in carnefice per credo. La riflessione indotta da questo abisso psicopatologico del sociale incide più di una lama: quando conosci l’ebbrezza del sangue e quando hai sulle persone potere di indurre sofferenza, ti nutri di queste vite impotenti perché legate mani e piedi per l’attimo di un rantolo, di un sogno infranto, di un lampo di orrore, e non c’è ritorno da questo assurdo, non potrà mai esserci espiazione e perdono per un massacro, per quello che con linguaggio politicamente corretto da doppiopetto è definito pulizia etnica, genocidio.
La memoria in questa condizione di apparente legalità rappresenta l’unica forma di ritorsione. Le generazioni si ostinano a ricordare ma l’evoluzione, deliberatamente, spesso cancella le verità scomode al progresso.
Sacro e profano: sono una linea di confine, rappresentano un margine, una sponda che vogliamo per riconoscerci dei limiti, invalicabili ai non autorizzati, oltre i quali l’umano ha un rapporto diretto con l’indefinibile.
È la città eterna, la sua foce e il suo entroterra che contengono e sviluppano queste vite con scadenza breve, cosparse di perdite e di abbandoni, in antitesi a un millenario inferno metropolitano fatto di pietra sbrecciata e asfalto suburbano. Resti, residui, vestigia, scorie che chiamiamo Storia.
La pioggia incessante di fine estate è metafora di questo inscindibile rapporto fra cielo e terra; tutti sono esposti e la maggior parte cerca riparo, non importa se in appartamenti, baracche o in seducenti relitti post industriali dell’Urbe, perché ognuno, comunque e sempre, viene bagnato dal suo destino.
La comunicazione con il trascendente avviene, in questa condizione delirante, attraverso un rituale simbolico fatto di carne, sangue e interiora, con pianificata crudeltà, come fosse un accanimento terapeutico da ritorsione, puro sadismo, opposto concettualmente al martirio e al suo fine salvifico di cui è stata fautrice e testimone questa città dei Cesari e dei Papi.
La nemesi, che non è soltanto l’atto conclusivo dell’ incubo scritto, bendata come la dea Fortuna venerata dalla Gens romana, si serve di violenza impulsiva e ferocia indiscriminata per genere e status ed è drasticamente spietata, raccapricciante per metodi, desueta per fini, perché a Roma, come in tutto questo mondo, non è così che si vive, ma “ È così che si uccide”.





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